L’aurifex e le tecniche utilizzate in oreficeria al tempo dei Longobardi

Gioielli preziosi lavorati abilmente, pezzi di puro artigianato e di rara oreficeria ci sono giunti da un passato a lungo misterioso, da quell’Alto Medioevo che per molto tempo è stato considerato soltanto un periodo buio.

La scorsa settimana abbiamo visto come i Longobardi nell’oreficeria abbiano saputo fondere la propria tradizione germanica con le influenze bizantine e classiche, dando vita ad un linguaggio artistico autonomo e originale. Uno stile che presenta una frequente tendenza all’astrazione e una forte ispirazione geometrica, caratterizzato da una ricchezza ornamentale e un vivace cromatismo.

Il gusto per la policromia lo troviamo in molti gioielli realizzati con il cloisonné. Una tecnica di decorazione artistica, già nota nell’antico Egitto e che trova piena realizzazione in epoca bizantina (chiamato anche lustro di Bisanzio), che consiste nel saldare alla superficie dell’oggetto da decorare, in genere una placca d’oro, sottili lamine di metallo, dello stesso materiale, disposte perpendicolarmente in modo da formare una serie di alveoli o celle che poi vengono riempite con smalti o pietre dure, perle e paste vitree, ricreando quasi un prezioso mosaico in miniatura. Le pietre dure, intagliate e levigate, sono scelte soprattutto nei colori caldi della gamma dal rosso all’arancio, come i granati e gli almandini.

Altra tecnica impiegata dai Longobardi per realizzare oggetti di grande pregio è la filigrana. Questa consiste nella lavorazione ad intreccio di sottili fili d’oro e d’argento i quali, dopo la ritorcitura, vengono fissati su un supporto, anch’esso di materiale prezioso, in modo da creare un elegante effetto di struttura traforata.

La serie omogenea di fibule ‘a disco’ decorate a filigrana proveniente dalla necropoli di Castel Trosino (Ascoli Piceno) e i ricchi corredi rinvenuti nella necropoli di Nocera Umbra (Perugia) testimoniano come nel Ducato di Spoleto vivesse una ricca aristocrazia longobarda, che certamente attirò afflussi di oro bizantino dall’Adriatico, ma anche dai giacimenti collocati nell’Europa centro-orientale.

Inoltre pratica molto nota è quella del reimpiego che utilizza, attraverso il recupero e la fusione in loco, gioielli più antichi e monete romane e bizantine.

Non tutti i gioielli erano però realizzati esclusivamente con metalli preziosi. Noto è anche l’uso della doratura ad amalgama di mercurio. Dopo aver coperto la zona da dorare con uno strato di impasto fatto di limature d’oro mescolate con il mercurio, si porta l’oggetto a una temperatura in cui il mercurio evapora lasciandolo ricoperto di un sottile strato d’oro che poi viene lucidato.

Nel realizzare i preziosi manufatti spesso venivano impiegate tecniche miste. Ne sono un esempio gli orecchini a cestello provenienti dalla tomba 124 della necropoli di Castel Trosino. Questi orecchini nascono dall’assemblaggio di almeno due elementi prodotti separatamente e poi saldati: l’anello di sospensione e il cestello che presenta decorazioni più o meno complesse a seconda della duttilità del materiale impiegato. Per la lamina potevano essere usate tecniche diverse: la martellatura, lo sbalzo con l’ausilio di stampi, la filigrana a giorno.

Tra le tecniche utilizzate c’è poi la fusione a stampo. Una tecnica che ha origini nell’antichità e che consiste nella creazione di prototipi impiegati per realizzare stampi in argilla, nei quali effettuare la colatura della cera. Durante il processo di cottura in forno della matrice, la cera si scioglie, creando nell’argilla il modello in negativo dell’oggetto da fabbricare. A questo punto si inizia la colatura del metallo all’interno dello stampo che, una volta raffreddato, verrà rotto per recuperare il manufatto.

La tecnica a martello associata alla lavorazione a sbalzo sono state impiegate dai Longobardi con estrema sapienza. L’esempio meglio conosciuto è quello delle crocette auree, elemento di novità adottato dai Longobardi in Italia dopo il contatto con le tradizioni mediterranee. La tecnica consisteva nel martellare sottili lamine di bronzo su una forma, generalmente di legno, servendosi talvolta anche dell’ausilio di punzoni che presentavano delle decorazioni. I forellini presenti lungo i margini delle croci suggeriscono che queste venivano cucite sul velo funebre o sul sudario (sono state trovate indistintamente nelle tombe sia degli uomini sia delle donne).

Le crocette più antiche presentano una decorazione naturalistica, con figure di animali stilizzati e un intreccio di girali vegetali. Successivamente i motivi decorativi includono soggetti di carattere religioso cristiano, ma continuano a trovarsi decorazioni zoomorfe e geometriche di tradizione germanica. A volte ornati diversi possono essere presenti contestualmente all’interno di uno stesso manufatto, riflettendo il particolare processo di cristianizzazione del popolo longobardo che ha seguito un percorso non lineare attraversando fasi di sincretismo culturale.

Altra tecnica utilizzata era quella ad agemina e niello, ma essendo usata per lavorare in particolare manufatti in ferro, ne parleremo più avanti.

Buon lunedì con i Longobardi!

Pendagli cloisonné

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