Di punta o di taglio?

I Longobardi consideravano disonorevole la morte di vecchiaia nel proprio letto, il più grande onore era morire in battaglia al fianco dei propri fratelli.

L’equipaggiamento tipico del guerriero di alto rango nel primo periodo di insediamento in Italia prevedeva armature complete di speroni, sella e staffe, scudo, lancia, spathascramasax, a volte, corazze e elmi.

Gli Arimanni, cioè tutti gli uomini liberi, erano chiamati alle armi e dovevano dotarsi di un equipaggiamento da guerriero che variava in base al rango sociale sia per quanto riguarda il numero delle armi che per la presenza di decorazioni che le impreziosivano.

Lo scramasax era un’arma corta a un solo taglio e veniva usata come sciabola nel combattimento corpo a corpo. Nel corso del tempo la lama venne allungata: si passò dai 20-30 cm iniziali ai 70-80 cm nel VII secolo inoltrato-inizi dell’VIII (Langsax). Veniva portato in foderi sospesi alla cintura e era utilizzato anche come attrezzo.

La cintura era un elemento molto importante poiché rifletteva, attraverso le sue decorazioni, la condizione sociale di chi la indossava; era generalmente in cuoio adornata con guarnizioni, linguette, bottoni e altre appliques in metallo ageminato, oppure in oro.

L’arma più importante e nobile era la spatha. Oggetto imprescindibile dell’identità guerriera dell’aristocratica maschile, veniva tramandata di padre in figlio, oppure entrava a far parte del corredo funebre del defunto per sottolinearne l’importante status di guerriero.

Cofanetto

È un’arma molto lunga (mediamente tra 90-95 cm) a due tagli con punta smussata, utilizzata per colpire di taglio e non di punta a differenza del gladio – arma tradizionale dell’equipaggiamento romano – e per questo particolarmente adatta al combattimento a cavallo.

Altra caratteristica delle spathae longobarde è l’essere particolarmente flessibile e resistente, risultato di un attento procedimento di produzione: la damaschinatura.

La tecnica consisteva nell’alternare fogli di acciaio carburato con fogli di ferro dolce, che venivano ritorti, battuti a caldo e modellati per dare origine a una o più barre, poi ribattute insieme e assemblate a formare il nucleo della lama. I due tagli o lame erano lavorati separatamente e aggiunti alla parte centrale attraverso la saldatura al maglio.

Durante la forgiatura e l’affilatura, compariva progressivamente nel nucleo centrale della lama un disegno dovuto alla differenza del contenuto di carbonio tra strisce di acciaio e di ferro e che poteva avere una pluralità di soluzioni formali: a seconda delle modalità del procedimento, le tracce sulla superficie esterna assumevano forme e combinazioni molteplici e differenti particolarmente decorativi: a spina di pesce, a onde, fasci lineari ecc.

Le antiche leggende germaniche dell’Edda raccontano l’abilità del fabbro Weland:

“…tornò alla fucina, scelse una lima e ridusse la spada in fine limatura che mescolò poi a farina. Fece poi digiunare per tre giorni degli uccelli addomesticati e dette loro quel miscuglio da mangiare. Mise quindi nel forno gli escrementi degli uccelli, portò a fusione in modo da depurare il ferro da ogni scoria, e con il metallo così ottenuto forgiò una nuova spada”.

L’uso dello sterco d’oca poteva sembrare una sorta di magia ma quello descritto dalla saga è un processo empirico. Portando a fusione la limatura di ferro contenuta nel guano, ricco di azoto, si producevano piccole quantità di acciaio, fondamentali nel processo di damaschinatura.

A partire dal VII secolo le spathae diventano sempre più lussuose, oltre ad essere damaschinate, venivano decorate ad agemina, impreziosite da manici in oro, accompagnate da foderi in legno e cuoio adornati da elementi in metalli preziosi.

Ne è un esempio la meravigliosa spatha rinvenuta nella tomba 1 di Nocera Umbra (PG), uno dei manufatti di maggior pregio ritrovati nelle necropoli longobarde in Italia.

La lama a doppio taglio è stata realizzata in ferro attraverso la tecnica appena descritta e si compone di tre parti, i due tagli laterali e il nucleo centrale damaschinato. L’impugnatura è riccamente decorata in oro attraverso la combinazione di ricercate tecniche orafe: la filigrana, costituita da sottili fili di metallo prezioso, e il cloisonné, lavorazione a cellette, riempite in origine con paste vitree o pietre dure ancora visibili nella parte superstite dell’imboccatura del fodero.

L’oggetto si distingue per la presenza di due anelli – simbolo di fedeltà del guerriero verso il suo signore, re o duca – intrecciati in oro sul pomo della spada.

Per la preziosità dei materiali e della decorazione si ritiene che l’arma fosse un oggetto da parata e che sia stata inserita nella tomba del defunto per ostentarne l’elevato rango sociale.

La spada era di per sé sacra; sacralità confermata sia dalle fonti epiche sia dalle leggi longobarde” (F. Cardini, “Alle radici della cavalleria medioevale”). Quindi grande disonore per i profanatori di tombe che osavano rubare a un morto un oggetto così prezioso!

Buon lunedì con i Longobardi!

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