Il Museo Civico di Spoleto

Il 22 agosto del 1910 veniva inaugurato, di fronte ad una folla festante e a numerose autorità, il Museo Civico di Spoleto nel Palazzo della Signoria, il primo museo cittadino propriamente detto, un nucleo di opere e di reperti oggi principalmente ospitati al Museo Archeologico Nazionale di Spoleto e al Museo Nazionale del Ducato alla Rocca Albornoziana.

Si realizzava così il sogno a lungo cullato dalla città di avere una raccolta organica di materiale archeologico, epigrafico e storico, sistemata in una cornice suggestiva e di prestigio. Contemporaneamente si concretizzava anche il sogno di Giuseppe Sordini, eminente studioso e archeologo spoletino, deus ex machina della ricerca storica sulla città, che aveva lavorato alacremente per vedere finalmente realizzato uno spazio per tutelare e valorizzare compiutamente quella che era una congerie di materiali e pezzi pregiati, dispersi tra palazzo Comunale, la sede dell’Accademia spoletina e varie case private. Quello spazio, riportano le cronache, di «severa bellezza», era stato restaurato «con gravissima spesa dal Municipio (e cioè dovuto alle sole forze spoletine)».

Giuseppe Sordini (6 settembre 1853 – 8 giugno 1914)

Almeno dall’ultimo ventennio dell’800, più sistematicamente dal 1903, anno del restauro del Palazzo della Signoria da parte di Sordini, l’archeologo spoletino era stato impegnato in maniera indefessa e rigorosa a raccogliere e sistemare un patrimonio di opere d’arte e di testimonianze del passato, buona parte delle quali lui stesso aveva contributo a scoprire. Quello del Museo Civico è stata forse la grande impresa della vita di Sordini, un progetto su cui continuerà a lavorare fino all’anno della sua scomparsa, avvenuta nel 1914. Al tempo dell’inaugurazione il museo occupava «una grande sala a due navi, lunga circa 50 metri, con belle finestre sulla valle spoletina, più due altre sale minori verso l’ingresso. Era assolutamente impossibile trovare per la ricca suppellettile del Museo una sede più intonata e dignitosa di questa; e certamente nessuna parte dell’Umbria ne ha l’uguale». La sede del museo, il grandioso e mai completato palazzo della Signoria, merita qualche cenno. Sordini fece confluire le raccolte museali nel primo piano del trecentesco edificio che doveva superare il livello di piazza Duomo e che non fu mai completato. Dal Quattrocento, l’incompiuta struttura ha agito da sostruzione ad alcuni edifici della piazza come il Teatro Caio Melisso e la Chiesa della Manna d’Oro. Poco prima di essere adibito a museo, nel 1860, il primo piano fu gravemente alterato per ospitarvi un carcere giudiziario.

Palazzo della Signoria | Facciata occidentale

La cerimonia di inaugurazione del museo e la sua particolare atmosfera furono oggetto di articoli sia nella cronaca locale del “Messaggero” sia nel settimanale “La Giovane Umbria” conservati alla biblioteca “Carducci”. Erano giorni di festa a Spoleto per il Congresso della Regia Deputazione di Storia Patria dell’Umbria e per le numerose altre iniziative che si stavano approntando in occasione del cinquantenario dell’annessione di Spoleto al Regno d’Italia. Il Messaggero racconta che «al giungere del cav. Sordini che è stato l’ideatore tenace e l’ordinatore di questo stupendo locale, egli viene fatto segno ad una calorosa dimostrazione». Sordini «è più volte costretto ad interrompere il suo dire, preso com’è da commozione, specie quando accenna al lavoro da lui compiuto in molti anni per raggiungere ed esporre all’ammirazione degli studiosi e degli scienziati questo luogo di venerazione, lottando contro lo scetticismo, contro il dispregio e la noncuranza». “La Giovane Umbria” sottolinea come «in quelle arcate meravigliose su cui pioveva il sole con riflessi di oro antico e si diffondeva calda e armonica la luce delle lampadine elettriche, in quelle arcate – ricordi di tempi che furono, di lotte e di lagrime, s’era dato convegno tutto ciò che a Spoleto è fine, colto, elegante.»

Giovane Umbria | 21 agosto 1910

Nel 1928 usciva, a cura dell’Accademia Spoletina, un catalogo illustrativo del Museo Civico, da cui sono state tratte le immagini di questo articolo.

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