I ducati di Spoleto e Benevento

Il duca Ariulfo si adoperò ancora più del suo predecessore per la grandezza del proprio ducato estendendone ampiamente i confini ma anche per quella del Regno. Ad esempio convinse Arigiso di Benevento a rompere la tregua con i Napoletani e ad assalirne la città fornendogli il proprio aiuto.

Insieme al re Autari e ai duchi di Toscana, Gummari e Nordolfo, mise a ferro e a fuoco le terre della Maremma, ancora sotto i Greci. Fu abbattuta Soana insieme ad alcune altre città, estendendo la dominazione longobarda fino al mare. Ariulfo non ebbe parte a tale impresa come ausiliare, ma la capitanò. Infatti Ariulfo scrivesse al papa per informarlo che gli abitanti di Soana gli avevano giurato sottomissione; e come il Papa, scrivendo ai condottieri Maurilio e Vitaliano riguardo al da farsi, affinché quei luoghi non cadano sotto il dominio del nemico, parla solo di lui.

“Era veramente il duca di Spoleto anche allora, come al tempo di Faroaldo, il regolo degli altri duchi vicini” (A. Sansi).

“Che se i Duchi anche minori osavano spesso di venire a cozzo armato col Re, ciò molto più era facile ai Duchi di grande Stato e specialmente a quei due potentissimi di Spoleto e Benevento. Anzi di questi due ducati può dirsi che già gran tempo innanzi alla disfatta del Regno formassero piuttosto due Stati a parte, che non due membri del Regno Longobardo.

La successione di questi Duchi spesso facevasi col solo consenso dei Grandi o contrastavasi fra i pretendenti senza che il Re se ne intramettesse. Così, fin dai tempi di Re Agilulfo, essendo morto Ariolfo Duca di Spoleto, i due figli del suo predecessore Faroaldo si disputarono coll’armi il principato, il quale rimase al vincitore Teodelapio; né si sa che il Re vi interponesse la sua autorità. Anzi i Re stessi pareano talvolta considerare come stranieri i due ducati.

Del che abbiamo parecchi argomenti significantissimi nel corpo delle leggi longobarde. In primo luogo, nei Prologhi stessi delle varie leggi di Liutprando e di Rachis, dove il Re legislatore espressamente avverte d’aver composte le leggi coll’intervento e consenso di tutti i suoi giudici, cioè dei Duchi e degli altri Grandi, Dell’Austria, della Neustria e della Tuscia, non fa mai niuna menzione di quel di Spoleto e di Benevento, non altrimenti che se questi fossero fuori del Regno: eppure in negozio di sì gran momento pare che essi avrebbero dovuto aver parte e menzione principalissima.

Di più, in alcune leggi, come nella 61ª e nella 108ª di Liutprando, si parla dell’Austria, della Tuscia, della Neustria adattando la legge alle varie condizioni di queste province; ma si tace di Spoleto e di Benevento, quasi che a queste la legge non dovesse punto provvedere. Vi sono, è vero, due trattati del Codice longobardo, e sono i soli, in cui si fa parola espressa di quei due Ducati, cioè la legge 88ª di Liutprando intorno ai servi fuggitivi, e la 9ª di Rachis sopra i messi spediti in estere contrade. Ma la prima è solo per dire che, se il servo è fuggito nello Spoletano o nel Beneventano, si assegnano al padrone tre mesi di tempo a cercarlo, mentre due mesi solo gli si concedono se è fuggito nella Tuscia, ed un solo se nelle terre al di qua dell’Appennino. La seconda poi vieta sotto pena di morte e di confisca lo spedir messi senza licenza del Re nello Spoletano e nel Beneventano, non meno che a Roma, a Ravenna, in Francia, in Baviera, in Alemagna, nelle Rezie e nell’Avaria; ed equiparando con ciò a questi Stati stranieri o nemici i due Ducati Longobardi, offre appunto un argomento fortissimo a mostrare come lo stesso Re li trattasse come due Stati indipendenti anziché come due provincie del regno.

[…]

Il Regno d’Italia, che si ode spesso risuonare nella storia del medio evo, non abbracciò mai tutta la penisola, ma comprese solo l’alta Italia ed ora più ora meno della mezzana; mentre la parte meridionale reggevasi a Stato indipendente, formando, per così dire, un’altra Italia, per indole, per costumi, per tradizioni e interessi politici tutto diversa dalla Nordica ed impossibile a congiungerlesi in un solo corpo sociale. Lo stesso potentissimo Carlomagno, quando istituì sulle rovine del Longobardo il Regno Italico che diede al figlio Pipino, non pensò punto ad incorporare in questo anche il Ducato di Benevento; ma lasciando al Ducato la sua autonomia si contentò d’averlo tributario: e da questo tributo eziandio i Duchi e poi i Principi di Benevento non tardarono a liberarsi sotto i successori di Carlomagno.

Notissime poi sono le alleanze che nel secolo VIII i Duchi di Spoleto e di Benevento strinsero più volte coi Romani, e le spontanee dedizioni con cui i loro popoli corsero a mettersi sotto la protezione dei Papi; talché tra per l’influenza della vicina Roma e pel comune interesse che questi aveano di resistere ai Re longobardi pareano ormai più Romani che Longobardi” (“L’ultimo dei Re Longobardi” pubblicato su “La Civiltà Cattolica”, Roma 1862).

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