A casa con i Longobardi

Animali totemici dell’immaginario longobardo

Nelle dodici notti successive al solstizio d’inverno il dio Wotan cavalca il suo eccezionale cavallo grigio a otto zampe. Attraversa il cielo, le acque e altri mondi alla guida dello spettrale corteo delle anime dei soldati morti in battaglia in un furioso vortice di caccia con tanto di cavalli, segugi e altri animali della foresta.

Il tema della Caccia selvaggia, che vede Odino nella sua speciale veste di accompagnatore verso l’Oltretomba, è uno dei temi più cari alla mitologia nordica esprimendo al tempo stesso la persistente e remota vocazione guerriera delle genti germaniche. Ed è proprio in tale vocazione, amalgamata a un’esistenza intensamente legata alla natura, che si riflette l’immaginario dei popoli dell’Europa barbarica.

In un contesto di vita quotidiana dominata da imponenti foreste e dall’imprescindibile presenza di animali, questi ultimi diventano punti di riferimento fondamentali, tanto da assumere una forte valenza totemica.

Il bagaglio ricco di credenze pagane, miti, leggende e tradizioni orali, assimilato in una complessa sovrapposizione culturale, trova una significativa espressione sia nella cultura materiale, che in alcune forme rituali rese evidenti da rinvenimenti archeologici che enfatizzano il forte legame con il mondo degli animali in ambito funerario, con particolare riferimento al seppellimento del cavallo.

Cerimonie propiziatorie allo scontro e particolari pratiche messe in atto al momento della sepoltura offrono uno spaccato straordinario dell’immaginario dei Longobardi popolato da cavalli, cani, orsi, lupi, cervi, cinghiali, serpenti e aquile, presenze costanti nella sfera del quotidiano, speciali accompagnatori e fedeli compagni nell’eternità.

Rumore di zoccoli sul terreno. Nel buio profondo della selva, il suono sordo di un galoppo demoniaco. Un mostro oscuro come l’ombra della notte, un cavallo a otto zampe, si muove fra i rami e le radure. In groppa ha Wotan, il dio della guerra, seguito da un corteggio di guerrieri morti in battaglia.

Erano oscure, potenti e truci le immagini che hanno accompagnato i Longobardi nel loro lungo peregrinare. E di queste immagini non si sono liberati mai, nemmeno quando sono giunti nel caldo sole del Mediterraneo.

Sono un popolo di uomini duri, di guerrieri. Nel caos della battaglia, un’ombra sguscia alle spalle e ti ferisce all’improvviso. Non sai se è un nemico, un demone o un dio. Ma è la paura che sprona il coraggio: il vero guerriero non è chi teme l’ignoto, ma colui che lo affronta e lo doma.

Giocavano con il terrore, i barbari Longobardi. Il loro e quello altrui. Gli animali che li spaventavano erano anche i loro protettori, i demoni che li accompagnavano nelle battaglie più cruente: lupi, serpenti, cinghiali partoriti dalla natura ma rielaborati dalla mente degli uomini, o dai loro incubi.

I Longobardi vivevano immersi in questo mondo stregato, essi stessi indossavano maschere di belve, si trasformavano in creature mitologiche come i Cinocefali dalla testa di cane, che sbranano a morsi gli avversari e ne bevono il sangue come vampiri.

Persino quando hanno abbracciato un nuovo credo nel fondo delle loro anime sono rimasti legati ai loro animali totemici, figure partorite dalle tenebre primordiali e dal caos. Forse la diffidenza della Chiesa nei loro confronti è anche legata a questo loro rimanere pagani dentro.

Nel fondo del loro animo, persino dopo la più sincera delle conversioni, alberga qualcosa di indomabile. Uno spazio in cui il guerriero si fa belva e l’istinto domina sulla ragione. Uno spazio in cui l’uomo non è uomo, ma è solo intuito animale. Uno spazio in cui il Longobardo non è più cristiano, non è più uomo, non è nemmeno demone o dio. È solo natura, movimento, azione. È solo con se stesso, immerso nel tutto.
[M.G. Vaglio, longobardinivetrina.it]

Buon lunedì con i Longobardi!

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