A casa con i Longobardi – il Duca Lupo

Il Regno dei Longobardi raggiunse l’apice della potenza e della coesione con Liutprando (712-744). Fu un sovrano dalla grande personalità, amato e temuto dal suo popolo che ne ammirò la saggezza, l’abilità bellica e il coraggio personale. Liutprando, sfruttando i gravi contrasti che indebolivano l’Italia bizantina, lacerata dalla controversia iconoclasta, riuscì a estendere i possessi longobardi in Emilia, a prendere per breve tempo Ravenna e spingersi fino alle porte di Roma e ripristinò il controllo regio sui ducati.

È proprio con Liutprando che il Ducato di Spoleto perse quella autonomia e indipendenza di cui aveva goduto fin dagli inizi. La scorsa settimana abbiamo visto che nel 729 Liutprando marciò su Spoleto e ottenne la sottomissione dei duchi Trasmondo II di Spoleto e Romualdo II di Benevento, che gli giurarono fedeltà. Tuttavia, dieci anni più tardi, a causa dell’insofferenza di Trasamondo, Liutprando assediò di nuovo Spoleto e per ripristinarne il controllo nominò dei duchi a lui fedeli, prima Ilderico e poi Agiprando.

Quando, nel gennaio del 744, morì Liutprando gli succedette il nipote Ildeprando. Ma dopo soli sette o otto mesi questi fu deposto dai duchi, proprio da coloro che gli avevano giurato fedeltà, temendo che potesse perseguire la stessa politica accentratrice dello zio e fu sostituito da Ratchis, duca del Friuli.

Secondo alcuni studiosi Ratchis, seppure propenso a portare avanti un programma di pace e più accondiscendente verso una concezione meno rigida del potere monarchico, impose a Spoleto un duca a lui fedele: Lupo (745-751). Per il Sansi, invece, non sarebbe stato nominato dal re e l’avvicinamento tra lui e il duca sarebbe avvenuto successivamente.

Nel febbraio dell’anno 745, stipulandosi una convenzione in Sabina, si cominciò la scrittura col solo nome del gastaldo: temporibus viri magnifici Picconi gastaldi Civitatis Reatinae; il che può mostrare come il ducato fosse allora vacante. Ma nel settembre di quello stesso anno già lo reggeva Lupo, novello duca eletto, credo, dagli ottimati del paese, non postovi dal re; imperocchè non si saprebbe altrimenti vedere come Rachis in una legge del primo giorno di marzo del 746, minacciando di confisca e di morte coloro che a sua insaputa inviassero messaggeri in terre nemiche o sospette, potesse tra queste comprendere Spoleto.

Ma Lupo non era uomo da aversi lungamente in sospetto; e in quell’ottobre, donando a Farfa il bosco di S. Giacinto, lo fece non solo per la salute dell’anima sua, ma anche di quella del re: pro mercede domini nostri Ratchis regis.

« Insolito fatto, nota Carlo Troya, d’un duca di Spoleto che chiama Signor suo il re, e fa donazioni per rendergli propizio il cielo».

È cosa agevole inferire da ciò come, dileguatosi in breve ogni dubbio dall’animo di Rachis, fosse egli venuto con Lupo in piena concordia, e lo avesse rifermato nella signoria di Spoleto. Difatto il 18 di aprile del 747, si vede giunto nel ducato Insario, messo dei re, e quivi definire controversie insieme ad Andrea messo ducale; e nel giugno lo stesso Lupo recarsi a Pavia e, dimorando nel palazzo regio, fare una donazione per compiacere al desiderio del re. (Achille Sansi, Storia di Spoleto, cap. V).

Il duca Lupo è ricordato come un uomo dedito ad opere pie e religiose. Sotto il suo governo si rafforzarono i legami, già stretti dai suoi predecessori, tra Spoleto e Farfa.

La particolare posizione, non lontana dalla via Salaria, sui confini del territorio dove proprio allora si veniva costituendo il dominio temporale della Chiesa di Roma, e dove si scontravano gli interessi dei re longobardi e dei duchi di Spoleto, dei papi e delle forze laiche della regione romana, conferiva a Farfa un singolare valore politico (nelle scritture di quel tempo è indicato con il nobile titolo di Almo Monastero).

Lupo fu un importante benefattore di Farfa, tra le donazioni ricordiamo, oltre al bosco di San Giacinto, la corte di Vitiano, il tenimento di S. Cassiano, i casali di Torri, di Fiola, di Asiniano e di San Pancrazio; confermò inoltre la donazione del  suo predecessore Trasamondo, di Classicella.

Ma Lupo non regalò solo beni riconobbe anche diritti: per provvedere alla quiete de’ monaci, fece, a richiesta dell’abate Falcualdo, una singolar legge, con la quale prescrisse alle donne di que’ luoghi per quali vie avessero a passare (A. Sansi).

Il solo documento relativo a una istituzione che non sia Farfa è l’atto di fondazione del monastero di San Giorgio a Rieti, che nel 751 il duca e la duchessa Ermelinda destinarono a donne franche e longobarde. Comunque il nuovo centro religioso viene posto sotto la tutela del grande monastero della Sabina.

Tale atto è di particolare importanza in quanto consente di misurare il grado di evoluzione raggiunto dalla cultura romano-longobarda, comune alle élites di Spoleto, di Benevento e del Regno, nella regione spoletina, particolarmente permeabile alle influenze romane.

Altro elemento notevole del documento è la volontà di aprire il monastero femminile a monache non solo di origine locale, ma anche di altre province, longobarde e franche, indizio prezioso del fatto che gli sviluppi culturali avvenuti sotto il governo di Lupo a Spoleto superavano il quadro regionale e che il Ducato era già collegato in qualche modo allo spazio dinamico del Regnum Francorum, oltre ad avere le ormai tradizionali relazioni con il Ducato romano.

Secondo alcuni studiosi ciò potrebbe indicare che sotto Lupo, a Spoleto, si stava delineando già il panorama nel quale, un quarto di secolo dopo, si sarebbe prodotta la caduta del Regno longobardo sotto l’effetto combinato dell’attacco franco e della indifferenza da parte delle classi dominanti longobarde.

Buon lunedì con i Longobardi!

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