A casa con i Longobardi: Liutprando, Ildebrando e Astolfo

Nel ripercorrere la storia dei duchi di Spoleto ci eravamo interrotti a metà dell’VIII secolo.

Facciamo un passo indietro, per ricordare come durante il governo di Liutprando (712-744), il regno longobardo fosse divenuto una realtà saldamente strutturata e in crescita anche dal punto di vista economico. Liutprando fu un sovrano forte, che seppe approfittare della debolezza bizantina, accentuata dalla crisi iconoclasta che aveva lacerato internamente l’Esarcato, per ampliare il proprio regno.

Alla morte di Liutprando, nel 744, fu eletto re Ildeprando. Questi governò pochissimi mesi e ad agosto dello stesso anno fu sostituito da Ratchis. A elevarlo al trono di Pavia, deponendo Ildebrando, fu la corrente più autonomista dei duchi e Ratchis, per legittimare la propria nomina, si presentò come erede e continuatore della politica di Liutprando. Nonostante il prestigio militare che aveva conquistato in precedenza come duca del Friuli, si trovò a dover bilanciare una difficile mediazione tra istanze opposte, senza, tuttavia, possedere le doti politiche e diplomatiche di Liutprando.

I profondi contrasti interni mostrarono ben presto la sua debolezza politica. Per rafforzare la propria posizione, scarsamente sorretta dalla grande aristocrazia guerriera longobarda, sostenne la piccola nobiltà dei gasindi e la massa della popolazione romanica. Lui stesso sposò una donna romana, Tassia, e lo fece seguendo il rito romano anziché quello tradizionale longobardo. A partire dal 746 si attribuì, al posto del tradizionale titolo di re dei Longobardi, quello di princeps: chiara manifestazione della sua volontà di porsi, sulla scorta degli imperatori romani, al di sopra delle diverse etnie che abitavano il suo regno.

Queste scelte politiche filo-romane, suscitarono la reazione dei tradizionalisti longobardi e per questo, nel 749, Ratchis invertì la rotta della sua politica, invadendo la Pentapoli e cingendo d’assedio Perugia, nodo cruciale sulla via di collegamento tra Roma e l’Esarcato. Un intervento di papa Zaccaria lo convinse tuttavia a togliere l’assedio; il prestigio di Rachis tra i suoi uomini subì così un colpo decisivo.

Nel luglio di quello stesso anno l’assemblea dei Longobardi, riunita a Milano, lo dichiarò decaduto e insediò al suo posto il fratello Astolfo. Ratchis tentò di opporsi alla deposizione, ma presto fu costretto a rifugiarsi a Roma, dove prese i voti insieme a tutta la sua famiglia, forse come unica alternativa all’eliminazione fisica.

Secondo alcuni, tuttavia, Ratchis come altri sovrani longobardi (incluso suo fratello e successore Astolfo) potrebbero aver vissuto un certo conflitto interiore: l’insanabile contrasto tra la propria coscienza cattolica e le esigenze di opposizione al Papato dettate dalla politica di unificazione dell’Italia.

Una leggenda attribuisce a Ratchis la fondazione dell’Abbazia del Santissimo Salvatore, alle pendici orientali del Monte Amiata, nel luogo dove gli era apparsa la Trinità.

Figura nettamente più carismatica quella di Astolfo che ribaltò l’atteggiamento del fratello, che si era prodigato nel favorire l’elemento romanico al fine di garantire una maggior coesione e stabilità al regno, definendosi nuovamente rex gentis Langobardorum.

Per portare sotto il suo dominio tutta l’Italia, si dedicò fin da principio alla riorganizzazione e al rafforzamento dell’esercito. Ad essere soggetti agli obblighi di leva erano tutti gli uomini liberi del regno: i latifondisti e i mercanti agiati erano tenuti a prestare servizio con corazza e cavallo; i medi proprietari e mercanti dovevano presentarsi con cavallo, scudo e lancia; i più poveri dovevano essere dotati di scudo, arco e frecce.

Riorganizzato e rafforzato l’esercito, Astolfo passò immediatamente all’offensiva contro i territori italiani ancora soggetti all’Impero bizantino.

Nel 750 invase da nord l’Esarcato occupando Comacchio e Ferrara; nell’estate del 751 riuscì a conquistare l’Istria e poi la stessa Ravenna, capitale e simbolo del potere bizantino in Italia. Tuttavia, comprendendo come i suoi predecessori l’importanza di apparire re cattolico, esitò ad attaccare direttamente Roma. La minaccia sul Ducato romano si rafforzò con il controllo che acquisì anche sui ducati dell’Italia centro-meridionale, di Spoleto di e Benevento.

Nel 751 a Spoleto secondo alcuni studiosi, al duca Lupo successe Unnolfo. Secondo i più, tuttavia, visto che in tutti gli atti pubblici del ducato di Spoleto dopo il 751 si legge solo il nome del re Astolfo, questi avrebbe deposto il duca Lupo, fedele al precedente re Ratchis, e assumere direttamente il controllo del ducato.

Astolfo governò il ducato di Spoleto dal 751 al 756 avvalendosi di soli Gastaldi. Nominando direttamente gli amministratori regi che operavano in ambito civile, militare e giudiziario, si garantì il pieno potere sul ducato.

A metà dell’VIII secolo Astolfo raggiunse una posizione di potere sull’Italia pari, se non superiore, a quella dei suoi grandi predecessori, tanto da sfiorare la piena unificazione della Penisola.

Buon lunedì con i Longobardi!

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