Accadde a Spoleto: la popolarità di Alberto Talegalli

Nel settembre del 1953, alla VI Mostra dell’Artigianato Umbro di Spoleto, si presenta un ospite speciale: Alberto Talegalli, umorista e attore, nato a Spoleto, allora figura popolarissima alla radio e al cinema. Talegalli è già apparso in un paio di pellicole di discreto successo ma è soprattutto tra i protagonisti, da un paio d’anni, di uno dei programmi radiofonici più seguiti di sempre, il “Rosso e nero”.

In un album, conservato alla biblioteca comunale, di fotografie dedicate alla mostra dell’artigianato, spicca uno scatto in cui Talegalli regala all’osservatore il suo sorriso contagioso, la sua infallibile bonomia, la sua innata e ineffabile simpatia.

Prima della sua precoce e tragica scomparsa nel 1961 in un incidente stradale, per tutti gli anni ‘50, al teatro, alla radio, al cinema e alla televisione, Talegalli è stato lo spoletino più celebre a livello nazionale. Abile attore e sceneggiatore, fine umorista, creatore e interprete del personaggio del Sor Clemente, Talegalli è stato più di una maschera, un umanissimo archetipo, una persona, un “fucinatore di ilarità” in tanti esilaranti e memorabili sketch che sono parte dell’immaginario collettivo di quegli anni.

Nonostante la sua riconoscibilità fosse dovuta in gran parte all’uso strepitoso ed espressivo del dialetto spoletino per caratterizzare il suo personaggio, Talegalli è riuscito a evitare le secche della comicità “regionalista” e a tratteggiare figure, situazioni ed emozioni che appartengono ad un umorismo universale.

Lo spiega bene– nel volume del 2012 che raccoglie alcuni delle sue più famose scene comiche “Alberto Talegalli. Da Il Sor Clemente a io e Gerza, la mia Contessa” – un suo formidabile collega e collaboratore, umbro anche lui, Enrico Vaime.

Vaime riconosce, è vero, di sentirsi «ingenuamente orgoglioso perché la gente, grazie a Gerza e allo ziu ‘Ngilinu, si accorgeva che c’eravamo anche noi, che l’Umbria esisteva, almeno nel panorama umoristico» e di come ci fosse «nei suoi racconti e nei suoi personaggi, una ironia che ho sempre pensato di apprezzare più e meglio degli altri perché era quella di casa mia» ma aggiunge anche che si sbagliava, che non c’era soltanto questo, che c’era di più, perché «Talegalli era capito ed amato dappertutto. Lo applaudivano anche in posti cosi lontani dal suo paese perché descriveva situazioni di costume che pur esposte in dialetto non erano per niente “locali»

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