Che barba questi Longobardi!

In questo periodo di quarantena forzata, senza poter andare dal parrucchiere, imperversano in rete tutorialpost e consigli vari su come prendersi cura dei nostri capelli.

Capelli lunghi, corti, lisci o ricci sono considerati da sempre un ornamento di grande fascino ma anche di grande significatività antropologica, culturale e simbolica. Basti pensare al mito di Sansone.

E per i Longobardi che valore avevano? Ma chi erano i Longobardi?

Per parlare di questo popolo si deve andare indietro nel tempo al I secolo a.C. quando i Winnili (Cani folli) abbandonano la propria terra di origine, la Scania – l’attuale Scandinavia – per spostarsi nella Germania settentrionale. È l’inizio di un lungo processo migratorio durato più di cinque secoli, alla costante ricerca di terre nuove e più ricche. L’origine del nome della gens Langobardorum si intreccia tra elementi mitici e dati avvalorati dai ritrovamenti archeologici.

Le tappe della migrazione

La leggenda narra che i duchi dei Vandali chiesero ai Winnili dei tributi minacciandoli di condurli in battaglia se non avessero pagato. I condottieri dei Winnili, Ibor e Aio, insieme con la loro madre Gambara si rifiutarono. I duchi dei Vandali prima di ingaggiare battaglia si rivolsero al dio Wotan chiedendogli di concedere loro la vittoria sul popolo rivale. Il dio rispose che avrebbe concesso la vittoria a “quelli che per primi avesse visto al sorgere del sole”.

La sconfitta dei Winnili sembrava sicura e Gambara pregò la dea Frea, moglie di Wotan, di aiutare il suo popolo. Il consiglio di Frea fu il seguente: mostrarsi a Wotan al sorgere del sole sembrando molto più numerosi, radunando non solo gli uomini, ma anche le mogli con i lunghi capelli sciolti e legati attorno al volto a simulare una barba.

All’alba, la dea prima di svegliare Wotan, diede ai Winnili un ulteriore aiuto girando il letto del marito, in modo che egli avesse il viso rivolto verso oriente. Inevitabilmente Wotan svegliandosi vide per primo i Winnili resi più numerosi dalla presenza delle loro mogli con i capelli sciolti attorno al volto e chiese: “Chi sono quelle lunghe barbe?». E la dea Frea gli rispose: «Come hai dato loro un nome, dà loro anche la vittoria». Ed [egli] diede loro la vittoria

Da quel tempo i Winnili sono chiamati Longobardi” (da Origo gentis Langobardorum).

Il nome di questo popolo potrebbe essere legato altrimenti al loro culto per Odino-Wotan, il dio supremo dalla lunga barba. Da qui Longibardi-Longobardi, ovvero “dalla lunga barba”.

Un’altra ipotesi fa derivare il loro nome dal possesso di “lunghe alabarde”.

Disegno degli studenti dell'ISS Sansi-Leonardi-Volta

Paolo Diacono nell’Historia Langobardorum scrive:«[…] così chiamati per la lunghezza della barba, mai toccata dal rasoio. Infatti nella loro lingua lang significa lunga e bart barba».

Di fatto i Longobardi tenevano particolarmente alla loro acconciatura: una sola volta nella vita infatti, gli uomini si sottoponevano ad una tonsura rituale, nella tradizionale cerimonia che segnava il passaggio all’età adulta. Questo taglio dei capelli e della barba era una sorta di iniziazione del guerriero germanico, che si completava con l’uccisione del primo nemico in battaglia. Le tribù germaniche, nell’età delle migrazioni, attuarono pratiche di questo tipo, legate alla concezione che la forza magica del guerriero risiedesse nei capelli, mentre con lo stanziamento definitivo nella Penisola la lunga capigliatura dovette cadere in disuso.

Paolo Diacono ce li descrive così:

La nuca era rasata, i lunghi capelli, spartiti a metà sulla fronte, ricadevano sulle guance fino alla bocca unendosi quindi alla barba che in tal modo sembrava partisse dalla sommità del capo e che non veniva mai rasata.

Per gli uomini barba e capelli erano quindi di estrema importanza: la lunghezza della prima era addirittura proporzionale al prestigio della persona. L’Editto di Rotari (promulgato a Pavia alla mezzanotte tra il 22 e il 23 novembre del 643), riferendosi alla casta degli uomini liberi, prevedeva una serie di punizioni per chi li avesse danneggiati fisicamente. Tra i crimini era inserito l’atto screanzato di tirare la barba.

Ai prigionieri e agli schiavi venivano tagliati barba e capelli per evidenziare la loro condizione di inferiorità.

Per quanto riguarda le donne, le nubili portavano i capelli lunghi raccolti in trecce, attributo della loro bellezza, e li tagliavano solo al momento del matrimonio; quelle sposate portavano il capo coperto. Le nobili trattenevano i capelli con reticelle in filo d’oro o con spilloni in metallo. Nelle tombe femminili di Castel Trosino (Ascoli Piceno) sono stati rinvenuti spilloni di fattura pregiata e aghi crinali in oro. Quest’ultimi servivano per fissare la cuffia ai capelli.

I pettini invece sono stati rinvenuti sia nelle sepolture maschili che femminili. Realizzati in osso (di bue, cavallo o maiale), corno o avorio, presentano generalmente decorazioni con motivi a cerchio, con o senza linee incise.

Pettini in osso (V-VII secolo)

Nella cultura germanica il pettine aveva un valore magico legato alla proprietà dei capelli di continuare a crescere anche dopo la morte; era inoltre segno di distinzione sociale poiché, per essere prodotto, richiedeva un lungo ciclo di lavorazione da parte di artigiani altamente specializzati. Si tratta anche di un oggetto d’uso personale con un utilizzo pratico, testimoniato da evidenti segni di usura dovuti al ripetuto passaggio fra i capelli e la barba.

ARCHIVIO NEWS

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *